Il negazionismo: un atteggiamento non storico ma ideologico e razzista

Perché non esiste un negazionismo riferito alla morte di Cesare nel 44 a. C., ma esistono solo negazionismi storici relativi ai genocidi o ai crimi- ni contro l’umanità? Eppure la strategia argomentativa dei negazionisti (“Io non ho visto, non c’ero, tutte le testimonianze e le altre fonti sono false o manipolate”) potrebbe servire per invalidare anche la morte di Cesare o l’esistenza fisica di Napoleone Bonaparte.

Perché non è così? Perché, molto semplicemente, il negazionismo della Shoah, del genocidio armeno o di quello cambogiano o rwandese – per non fare che qual- che esempio – sono atteggiamenti ideologico-razzisti e non sono in alcun senso atteggiamenti o opinioni storiche! Si nega infatti ciò che getta una luce d’infamità, universalmente condivisa, su soggetti storici di cui si condivide l’ideologia o con i quali si solidarizza esplicitamente o implici- tamente. Parallelamente si screditano moralmente le vittime dei genocidi additandole come i principali responsabili della falsificazione dei dati e delle testimonianze. Da qui discende l’atteggiamento razzista dei nega- zionisti nei confronti delle popolazioni o delle etnie che hanno subito le tragedie dei genocidi. Ma non è tutto.

Il negazionismo come propaganda

Il negazionismo dei Robert Faurisson (vero e proprio padre spirituale dei negazionisti), dei David Irving, dei Carlo Mattogno o dei membri dell’Institute for Historical Review fondato nel 1978 negli Stati Uniti si costituisce anche come un’efficace macchina di propaganda delle ideologie che hanno prodotto i genocidi negati. Il negazionismo produce, infatti, diffondendola a livello planetario, un’incredibile mole di libri, opuscoli, foto e testi di vario genere in cui vengono accreditati evidenti apocrifi, asseriti avvenimenti non basati su alcuna prova, screditati documenti e fonti autentiche mentre, al contrario, vengono diffusi documenti manipolati ad hoc, traduzioni scorrette da altre lingue e citazioni, opportunamente “tagliate” e del tutto avulse dal contesto. L’insieme di questi materiali serve poi da base per i nuovi sostenitori delle ideologie naziste, fasciste, totalitarie ecc.

Il negazionismo in internet

Oggi purtroppo, la “volatilità” di Internet consente un‘estrema facilità e velocità di diffusione dei contenuti negazionisti. Siti, blog, forum, chat e profili privati di social network legati al negazionismo si moltiplicano e spesso vengono registrati all’estero per evitare sia le censure imposte da alcune piattaforme di blogging, sia i rigori della legge Mancino che persegue l’incitazione all’odio razziale. Segnalo ad esempio il forum neona- zista Stormfront, registrato negli Stati Uniti1, che ha anche una versione italiana ed è stato fondato da Don Black, un ex leader del Ku Klux Klan. Tra i siti tedeschi registrati sempre negli Stati Uniti (dove il 1° emendamento alla Costituzione sulla libertà di espressione mette al riparo i negazionisti da denunce e da oscuramenti dei siti) vi è anche Vho (Vrij Historisch Onderzoek), patrocinato dalla Castle Hill Publischers, la casa editrice di Germar Rudolf. Vho, che è tradotto in cinque lingue, oltre a testi di Rudolf e di Ernst Zündel, ospita anche molti link legati a testi di negazionisti tra i quali figurano quelli dell’italiano Carlo Mattogno. Tra i siti italiani segnalo Holywar, un sito violentemente antisemita (da poco oscurato), che è l’espressione web di un sedicente “Movimento di Resistenza Popolare. L’alternativa cristiana”. Va anche ricordato il sito negazionista, nato nel 1996 e tradotto in ventidue lingue, dell’Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di (H)olocausto (AAAR- GH) che propone moltissimi scritti negazionisti. Tra i blog italiani molti diffondono i testi di Carlo Mattogno (spesso indicato come capo della Ditta di Olodemolizioni) oppure si occupano dei negazionisti arrestati facendone dei martiri della libertà di opinione. Tra questi segnalo solo Olotruffa che ha come scopo principale (si legge nella sua homepage) quello di difendere i negazionisti “discriminati, perseguitati, condannati, depor- tati ed internati per anni nei lager olo-sterminazionisti per lo psicoreato di ‘leso olocausto’ ”.

Origini del negazionismo

I negazionismi sono molteplici ma è indiscutibile che l’origine del negazionismo, collocabile subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, riguardi la Shoah. Perciò un’analisi sui meccanismi ideologici e retorici della negazione dello sterminio degli ebrei è fondamentale anche per capire i negazionismi di altri genocidi e di altri crimini contro l’umanità. Ricordo qui brevemente le tesi fondamentali del negazionismo filonazista e antisemita: 1) i nazisti non hanno mai voluto sterminare gli ebrei; 2) le camere a gas sono un’invenzione; 3) il numero di ebrei morti durante la guerra è assai inferiore a quanto si dice; 3) la leggenda della Shoah è una menzogna, servita per giustificare la nascita dello stato d’Israele e mini- mizzare i crimini commessi dagli Alleati durante la guerra.

Le remote origini del negazionismo della Shoah vanno in primis ricercate all’interno del Reich nazista. Pur senza riuscirvi, furono proprio Hitler e i nazisti a cercare di nascondere, prima, e di negare, poi, la pratica sterminazionista della “soluzione finale”. Prima ancora della fine della guerra, i tedeschi cominciarono infatti a distruggere la maggior parte dei documenti esistenti (“top secret “) e delle prove materiali che provavano i piani dello sterminio. Inoltre questi speciali documenti dovevano essere trattati seguendo regole particolari sia per il loro uso che per la loro distruzione. Lo scopo era quello di evitare che cadessero in mani nemiche. Nel 1943 Himmler, comandante delle SS del Reich e della Polizia, in un discorso segreto ai generali delle SS, tenuto a Posen (l’attuale Poznan), ordinò che lo sterminio degli ebrei dovesse rimanere segreto e non dovesse in alcun modo essere documentato.

Non a caso ancora oggi (2013) un nazista come Erich Priebke può scrivere nel suo testamento che le camere a gas non sono mai esistite.

Oltre agli “storici” come Irving e compagni, chi sono oggi i seguaci delle teorie negazioniste? Sono in genere i gruppi neofascisti e neonazisti che compongono la galassia dell’estrema destra europea e che cercano di far rinascere il nazismo, ma sono anche gruppi di giovani orientati verso movimenti e partiti xenofobi o razzisti. Negli Stati Uniti, oltre alle formazioni della destra radicale, negazionisti sono i segregazionisti del Ku Klux Klan, gli skinhead e alcuni islamisti che predicano la distruzione di Israele.

L’atteggiamento razzista e antisemita dei negazionisti della Shoah ma direi anche di tutti i negazionismi ha – come ho detto prima – l’evidente scopo di negare l’infamia morale e anche l’assurdità dei genocidi, screditando contemporaneamente le vittime che (a loro dire) avrebbero inventato la persecuzione. Ma ha anche un altro scopo che, nel caso del negazio- nismo della Shoah (grande madre di tutti i negazionismi) è quello di riabilitare l’ideologia nazista per attirare nuovi proseliti. Il discorso è semplice: “i nazisti e le loro teorie sono stati ingiustamente diffamati dopo la guerra dalla propaganda comunista ed ebraica che a questo scopo ha inventato la ‘frode’ della Shoah. In realtà il nazismo è un’ideologia che vale la pena di seguire e di rifondare”. Antonio Tabucchi ha giustamente ed efficacemente scritto che i negazionisti hanno “uno scopo ben preciso: creare i presupposti per realizzare una seconda [soluzione], possibilmente ‘finale’ ” (L’oca al passo. Notizie dal buio che stiamo attraversando, Milano, Feltrinelli, 2006, p. 67).

Dalla assoluta malafede dei nazisti per quanto riguarda la negazione della Shoah alla possibile buonafede di tanti razzisti del tutto privi di conoscenze storiche, quali i naziskin, in mezzo (cioè tra i cosiddetti storici negazionisti) vi è una zona grigia di falsa o cattiva coscienza che è difficile, se non impossibile, indagare sul piano esistenziale. E forse non ne vale neanche la pena.

Non fa eccezione a questo discorso il negazionismo presunto e sedicente “di sinistra”, che troverebbe nell’ambigua figura del protonegazionista Paul Rassinier (1906-1967) il suo capostipite. Facciamo una premessa: l’antisemitismo di sinistra (il cosiddetto “socialismo degli imbecilli”, studiato da Michele Battini ma anche da Foucault) è sempre esistito (se ne trova attualmente una bella rappresentazione letteraria nel Cimitero di Praga di Eco) ma in questo caso, a mio avviso, non c’entra. È opportuno semmai utilizzare la categoria storica – anch’essa legata ad un antisemitismo viscerale – dei nazibolscevichi, i cui nipotini saranno e sono i nazimaoisti. Quanto a Rassinier ricordo solo che questi, espulso dal partito comunista nel 1922, dopo aver fondato una Fédération Communiste Indépendante, abbandonata per aderire nel 1934 al Partito socialista, nell’ottobre del 1943 sarà arrestato dalla Gestapo e tradotto nel lager di Buchenwald, prima, e successivamente in quello di Mittelbau-Dora. La sua asserita partecipazione alla Resistenza non ha trovato alcuna conferma documentaria. Sta di fatto che dopo la guerra, scrivendo nel 1950 La mensonge d’Ulysse, Rassinier negherà l’esistenza delle camere a gas e più in generale della Shoah. Espulso dal Partito socialista e legato, dopo la guerra, ad ambienti filofascisti e violentemente antisemiti (si vedano i suoi articoli su riviste di estrema destra usciti sotto pseudonimo, nonché la sua amicizia con l’ex collaborazionista e negazionista Maurice Bardèche), Rassinier diventerà, pour cause, l’idolo e il consigliere di Faurisson. Una documentatissima analisi che demistifica “il socialismo” di Rassinier, mostrandone le menzogne e le pericolose ambiguità, si può leggere in Fabrication d’un antisémite di Nadine Fusco (Ed. du Seuil, Paris 1999).

Va però ricordato che, in nome di un malinteso antisionismo e di “un complotto sionista internazionale antipalestinese” di cui faceva parte la “menzogna delle camere a gas”, anche militanti francesi dell’estrema si- nistra come Roger Garaudy, Pierre Guillaume, Serge Thion e altri, negli anni Sessanta aderirono alle tesi negazioniste di Faurisson, lo difesero nei tribunali e ne stamparono i libri in case editrici come La Vielle Talpe, fondata proprio da Pierre Guillaume. Invece, tra le analisi più interessanti sul fenomeno negazionista in ge- nerale figura quella di Zygmunt Bauman. Secondo lo studioso il tentativo negazionista avrebbe presa su alcuni proprio perché “mentre la quantità, lo spessore e la qualità scientifica dei lavori specialistici sulla storia dell’Olocausto crescono a un ritmo impressionante, lo spazio e l’attenzione ad essa dedicati nelle opere di storia generale [divulgativa e scolastica] non fanno altrettanto” (Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, Bologna, il Mulino, 2000, p. 11). Sempre tra le cause di una diffusione del negazionismo, a parere di Bauman, vi sarebbe “il processo di sterilizzazione dell’immagine dell’Olocausto sedimentata nella coscienza popolare” (ivi). In effetti – secondo lo studioso – le numerose cerimonie commemorative (pur essendo importanti per la trasmissione della memoria storica) non portano avanti nessuna analisi dell’esperienza della Shoah. E dunque non provano e non insegnano nulla.

Un’analisi della struttura retorico-argomentativa di tipo paralogico del discorso negazionista è stata condotta brillantemente da Valentina Pisanty nel suo L’irritante questione delle camera a gas edito da Bompiani (Milano) nel 1998. Secondo l’analisi della studiosa e in estrema sintesi, due sarebbero le strategie argomentative dei negazionisti:

a) la prima riguarda la selezione dei documenti che confermano la Shoah e che vengono confutati con paralogismi e entimemi. Ad esempio se a Dachau la camera a gas non era ancora stata ultimata quando il campo fu liberato, i negazionisti ne deducono che in nessun altro lager nazista esi- stevano camere a gas… Perciò i loro argomenti, che spesso sfruttano minime contraddizioni (peraltro spiegabili in vari modi), si devono considerare soltanto “negativi” dato che non vengono introdotte prove “positive” di quanto sostenuto. Oppure se si producono prove “positive”, queste sono semplicemente inventate. Come nel caso del computo delle vittime ebraiche (poco più di tremila) fatto, secondo i negazionisti, dalla Croce Rossa Internazionale, la quale ha prontamente smentito;

b) la seconda strategia riguarda l’oblio costante, cioè la non presa in considerazione, di tutti i documenti e le testimonianze (come ad esempio quelle dei Sonderkommandos) che provano la Shoah e che non possono essere smentiti.

Il negazionismo va combattuto, ma non con una legge che, oltre ad in- trodurre il pericoloso principio di una verità storica stabilita dai tribunali, rischierebbe di essere difficilmente eseguibile e di ottenere l’effetto contrario trasformando i negazionisti condannati in martiri della libertà di pensiero, ma con l’educazione in primis scolastica e con la diffusione di una precisa cultura storica che consenta un facile accesso a tutti i documenti oggettivi che, al di là di ogni dubbio, provano il genocidio nazista.

PER APPROFONDIRE

Marina Cattaruzza, Marcello Flores Simon Levis Sullam, Enzo Traverso, Storia della Shoah. Il massacro degli ebrei, Milano, UTET, 2008

Claudio Vercelli, Il negazionismo. Storia di una menzogna, Bari, Laterza, 2013

AA. VV., Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo, a cura di Marcello Flores, Milano, Bruno Mondadori, 2001

Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto, Bologna, il Mulino, 2000

Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Milano, Bompiani, 1998

Domenico Losurdo, Il revisionismo storico: problemi e miti, Bari, Laterza, 2002

Michele Battini, Il socialismo degli imbecilli. Propaganda, falsificazione, persecuzione degli ebrei, Torino, Bollati-Boringhieri 2010

Till Bastian, Auschwitz e la “Menzogna su Auschwitz”, Torino, Bollati-Boringhieri, 1995

Alain Finkielkraut, The Future of a Negation. Reflections on the question of Genocide, Lincol, Unversity of Nebraska Press, 1998

Richard J. Evans, Lying About Hitler: History, Holocaust, and the David Irving Trial, New York, Basic Books, 2001