Il laboratorio con le fonti letterarie

Scritto da Giovanni Palmieri

Il 15 Ott 2015

Il laboratorio con le fonti letterarie. Per una didattica interdisciplinare

Il termine “fonte” nel suo significato metaforico è molto usato sia nell’ambito della storia che in quello degli studi letterari e in particolare della filologia. Il significato della parola nei suoi due contesti, però, non coincide. Se nell’ambito della storia le “fonti” sono l’insieme di tutte le tracce umane e naturali (manufatti, reperti, indizi, testi ecc.) da cui possiamo trarre informazioni sugli avvenimenti storici, in filologia per “fonte” s’intendono sostanzialmente due cose: a) le fonti testuali, culturali, documentarie e storiche che sono servite all’autore per creare il suo testo (vedi ad esempio le fonti dell’Orlando furioso); b) le fonti manoscritte o editoriali da cui proviene il testo in oggetto. Il mio contributo parlerà delle fonti letterarie soltanto in senso storico.

Fonti primarie e secondarie

Le fonti letterarie nell’ambito della storia sono fonti soggettive tratte da testi letterari. Si tratta di fonti d’una natura particolare che, come tutte le fonti artistiche, vanno considerate come fonti secondarie a meno che non sia la storiografia l’oggetto dello studio. Se infatti la ricerca è rivolta alla vita e alle opere dei grandi storici del passato, le biografie, che sono fonti di carattere letterario, diventano fonti primarie. Analogamente se lo studio storico è incentrato sulle mentalità, sulle idee, sui costumi, sui codici culturali o sui valori delle epoche passate, le fonti letterarie vanno considerate fonti primarie.

Va però detto che la distinzione in base alla quale la fonte letteraria è secondaria rispetto alla storia politica, sociale ed economica, e primaria rispetto alla storia della cultura è assai schematica e appare oggi del tutto superata. Essa infatti non regge più quando si analizzano testi letterari che contestualizzano storicamente gli avvenimenti in modo rigoroso, oppure quando le uniche fonti per ricostruire una determinata storia sociale o economica sono costituite solamente da testi letterari. Non a caso la storiografia moderna ha largamente rivalutato le fonti letterarie e se ne serve anche per quanto riguarda la ricostruzione storica tout court.

Pertinenze

Le fonti letterarie che interessano allo storico non si limitano ad opere di fiction narrativa (racconti, romanzi, opere teatrali ecc.) ma comprendono anche generi quali il trattato (didascalico, politico, ideologico, religioso ecc.), il diario, le autobiografie, la memorialistica, le biografie, il reportage giornalistico ecc… Del resto, oggi la letteratura non viene più ristretta nel campo tipicamente anglosassone della fiction.

A ciò va aggiunto che opere storiografiche come quelle di Erodoto, di Tucidide, di Senofonte, per non fare che tre soli esempi, appartengono decisamente alla letteratura e vengono concepite oggi più come testi letterari che come testi storici. Al contrario alcuni romanzi, particolarmente rigorosi dal punto di vista storico, sono considerati in tutto o in parte dei veri e propri capitoli di saggistica storica (la peste nei Promessi sposi, ad esempio o la campagna di Russia in Guerra e pace). In questi casi abbiamo una vera e propria incarnazione della storia nella concretezza dei destini individuali e collettivi degli uomini. Una storia vista dagli uomini ma all’interno delle loro esistenze e delle loro coscienze.

In linea di massima si può dire che la fonte letteraria interessi lo storico soprattutto per quanto riguarda la sociostoria, cioè la sociologia di tipo storico. La letteratura vera e propria, infatti, tende spesso a ricostruire non solo il contesto degli avvenimenti ma anche e soprattutto la loro dimensione storica.[1]

La rivoluzione documentaria e le fonti letterarie

La scuola delle Annales, che privilegia la dimensione sociologica nonché le strutture culturali rispetto agli eventi, nasce proprio dal tentativo di ricostruire non solo il contesto ma anche la dimensione storica. Da qui proviene quella storia del quotidiano che oggi è tanto diffusa. È evidente che l’Ecole des Annales (Febvre, Bloch, Braudel, Le Goff ecc.) è stata la prima scuola storica a rivalutare il ruolo e la funzione delle fonti letterarie che prima erano molto sottovalutate se non del tutto assenti nella storiografia. In pratica la fonte d’archivio non è stata più considerata l’unico documento interessante e lo stesso concetto di documento è stato allargato moltissimo sino a comprendere ogni lascito del passato. Le Goff ha parlato in questo senso di una vera e propria “rivoluzione documentaria” e Lucien Febvre ha scritto:

Storia, scienza dell’uomo; e in tal caso i fatti sì, ma fatti umani. Compito dello storico: ritrovare gli uomini che li vissero. […] i testi certamente, ma tutti i testi. E non solo i documenti d’archivio, in favore dei quali si istituisce un privilegio […] ma anche un poema, un quadro, un dramma: documenti per noi che testimoniano una storia viva ed umana, saturi di pensiero e d’azione in potenza. [2]

Sempre Febvre nel saggio del 1941 La sensibilità e la storia. Come ricostruire la vita affettiva di un tempo?, rispondendo alla domanda contenuta nel titolo, aveva scritto:

Quale altra risorsa abbiamo? La letteratura. E non solo la registrazione che essa ci dà, e che le va riconosciuta, delle sfumature della sensibilità che distinguono tra loro le varie epoche e, più precisamente le generazioni, ma anche lo studio del modo stesso in cui essa crea e poi diffonde una certa forma di sentimento tra le masse, la cui importanza è poi possibile valutare esattamente. [3]

Durante la stagione del realismo ottocentesco, del resto, i grandi scrittori erano già consapevoli di quanto affermato da Febvre e consideravano infatti i loro romanzi come qualcosa che colmava le lacune della storiografia per quanto riguardava la ricostruzione di alcuni aspetti della realtà: costumi, mentalità, mode, sensibilità ecc. Nel 1842 – dichiarando i propri intenti nell’introduzione alla sua Comedie humaine – Balzac scriveva:

La società francese sarebbe stata lo storico, io non dovevo che esserne il segretario. Stilando l’inventario dei vizi e delle virtù, raccogliendo i principali eventi generati dalle passioni, dipingendo i caratteri, scegliendo i principali avvenimenti della società, creando dei tipi dall’unione dei tratti di parecchi personaggi simili, potevo forse arrivare a scrivere la storia dimenticata da tanti storici, la storia dei costumi. [4]

In epoca positivistica, Zola e compagni considereranno e teorizzeranno il romanzo addirittura come lo strumento principe dell’indagine sociale. Insomma già alla fine dell’Ottocento risultava ovvio che opere come le chansons de geste, la Commedia, il Decameron, i pamphlet polemici che accompagnano la lotta per le investiture o la rivoluzione francese (Sade), ecc. non solo rappresentano la società del loro tempo ma offrivano ai loro lettori numerosissime fonti storiche. Paradossalmente (ma neanche tanto) il romanzo storico alla Walter Scott, che nasce nell’Ottocento romantico, è assai meno fedele ai dati storici, sempre rievocati e idealizzati se non romanzati, di altri tipi di romanzi.

Si pensi per converso al Principe di Machiavelli: è un trattato di carattere soggettivo, dunque è un’opera letteraria. Contemporaneamente però è anche un’opera che offre numerose informazioni di prima mano allo storico, offre cioè delle vere e proprie fonti. Un romanzo come La ballata della spiaggia dei cani (1983), che è un romanzo scritto dallo scrittore portoghese José Cardoso Pires (1925-1998), ricostruisce narrativamente l’uccisione di un dissidente al regime di Salazar. Ma non è un romanzo poliziesco né storico e trascrive al suo interno, in un originale montaggio, numerosi documenti ufficiali.

Dunque le fonti letterarie devono interessare lo storico non soltanto per i loro contenuti ma anche per le modalità narrative con cui sono state scritte. Del resto – come è stato sostenuto dal grande storico polacco Jerzi Topolski (1928-1998) – anche il discorso storico è un “racconto” e cioè una forma di narrazione. Incentrando la sua analisi sulla scrittura della storia e sullo storico in quanto autore, Topolski ha analizzato le strategie retoriche, l’uso delle fonti e i condizionamenti ideologici che intervengono nella ricerca e nella scrittura della storia. Pertanto ha rifiutando il realismo ingenuo (secondo cui la verità storica esiste e va semplicemente ricercata e ricostruita attraverso i documenti) e ha affermato invece che il passato in sé non esiste ma è sempre un atto ri-creativo la cui realtà ultima risiede nel “racconto” fattone dallo storico.[5]

Sulla scia di Topolski, anche Hayden White ha sostenuto che, nella scelta di determinate strutture narrative, retorico-argomentative o ricorrendo a particolari strategie concettuali, lo storico (poniamo Michelet, Ranke, Tocqueville e Burckard) e il filosofo della storia (Hegel, Marx, Nietzsche o Croce) rivelavano già una loro preliminare concezione della storia e cioè un vero e proprio paradigma epistemologico che si configurava come un sostrato strutturale di tipo metastorico.[6]

Sempre sul rapporto tra storiografia e letteratura, Hans Robert Jauss ha giustamente affermato:

Tra gli apporti della fiction alla storiografia non rientra soltanto l’assegnazione di un inizio e di una fine e la consistenza dello svolgimento, ma anche la messa in prospettiva dei dati storici. La messa in prospettiva è la condizione perché una descrizione possa diventare significativa. [7]

Certo il testo letterario non ha per oggetto la verità storica ma la simulazione, la fiction o quella che è stata chiamata la “menzogna legalizzata” ma, come ha giustamente scritto Bloch, anche “una menzogna è sempre a suo modo una testimonianza”[8] e come tale deve essere valutata. In questo senso si può dire che le opere letterarie di carattere non testimoniale siano comunque dei testimoni loro malgrado. È dunque evidente che se il testo letterario non permette sempre di far luce sugli avvenimenti storici, la sua conoscenza è comunque fondamentale per ricostruire l’immagine e la coscienza dell’agire umano che in un certo contesto storico una società ha di sé e intende trasmettere.

Vanno a questo punto poste alcune importanti distinzioni che riguardano le fonti letterarie: un testo non ci dà solo informazioni storiche che riguardano ciò che vi si può leggere, cioè i contenuti della narrazione, ma può offrirci anche informazioni (fonti indirette) sull’epoca in cui l’autore ha scritto. Faccio un esempio: leggendo i Promessi sposi io posso ben farmi un’idea dei codici culturali attivi nel Seicento, ma posso anche osservare i codici culturali, sociali ecc. attivi nell’epoca in cui il romanzo è stato scritto e cioè nella prima metà dell’Ottocento. L’analisi letteraria mi consente infatti di individuare tutti quei codici che hanno variamente condizionato Manzoni nell’ideazione e nella stesura del suo testo. Posso inoltre individuare quali codici e quali valori, propri del suo tempo, Manzoni abbia convalidato o invalidato. Lo spirito del tempo, infatti, circola sempre. Si legga cosa dice al riguardo Hegel nell’Estetica:

a qualsiasi epoca appartenga un’opera d’arte, essa porta sempre in sé particolarità che la differenziano dalle particolarità di altri popoli ed epoche. Poeti, pittori, scultori, musicisti scelgono a loro preferenza la materia delle loro opere da epoche trascorse, la cui cultura, i cui costumi, usi, costituzione, culto sono diversi dall’insieme della formazione culturale della loro epoca. Questo ritorno al passato ha il grande vantaggio, come abbiamo già notato, che lo staccarsi con il ricordo dall’immediatezza del presente produce già di per sé quella generalizzazione della materia a cui l’arte non può sottrarsi. L’artista però appartiene al proprio tempo, vive entro le abitudini, il modo di vedere e di pensare di esso. [9]

In sostanza, il testo letterario offre due tipi di fonti storiche: quelle relative al suo enunciato e quelle relative alla sua enunciazione. Inoltre se un’opera letteraria può rispecchiare il gusto, le mode e la sensibilità dell’epoca nella quale sono ambientati gli avvenimenti, può però anche determinare, attraverso il processo storico della sua ricezione e cioè a posteriori, nuovi gusti, nuove mode e nuove sensibilità nella comunità dei lettori. Si pensi solo alla figura del cavaliere medioevale o alla letteratura romantica…

Interrogare in modo intersegnico il testo letterario da parte dello storico presuppone inoltre una determinata concezione della letteratura: chi la considera unicamente come mimesis sociale o meccanico rispecchiamento dei rapporti economici d’una determinata società, tenderà ad attribuire alle fonti soltanto un valore storico-documentario. Invece chi ha una visione polifonica della letteratura tenderà ad interrogarla anche come fonte per la storia delle idee, delle mentalità, dell’immaginario e dei valori etici ed estetici di un dato periodo. Gli storici, infatti, sono attualmente sempre più sospinti dalla loro stessa ricerca a ricostruire non solo la storia ma anche la storia della cultura intesa come linguaggio e come sistema di segni. In questo caso (si è già detto), l’opera letteraria diventa per loro una fonte decisiva, spesso primaria.

Verità, finzione, verosimiglianza

Già Aristotele aveva distinto la letteratura dalla storiografia: “L’opera del poeta – ha scritto infatti il filosofo – non consiste nel riferire gli avvenimenti reali, bensì fatti che possono avvenire […] [Lo] storico espone gli eventi reali e il poeta quali fatti possono avvenire”.[10]

Anche la tessitura del discorso o della ricerca storica può e deve essere considerata un’operazione letteraria. Sulla scia di Topolski, ciò è quanto afferma Paul Veyne quando scrive che “gli storici raccontano avvenimenti veri che hanno gli uomini per attori” e dunque “la storia è un romanzo vero”, cioè una narrazione in grado di mettere in prospettiva fatti reali.[11]     Insomma, il romanzo racconta avvenimenti non veri ma verosimili e cioè fatti che avrebbero potuto essere veri. Si tenga presente che per secoli la letteratura d’immaginazione è stata moralisticamente attaccata proprio per il suo carattere d’illusione menzognera che allontanava il lettore dalla conoscenza del vero assoluto e cioè dalla meditazione sul summum bonum e cioè su Dio. Il problema si è ravvivato nell’Ottocento romantico in riferimento alla ripresa del genere del romanzo storico, componimento misto di storia e invenzione. È noto che anche Manzoni (pur avendo scritto I promessi sposi) nel suo trattato Del romanzo storico (1850) condannerà la commistione di verità e immaginazione e la doppia faccia di questo genere che, a suo dire, nuoceva all’unità dell’opera, non consentendo di distinguere il vero dal falso e cioè il bene dal male.

Conclusioni. Il laboratorio didattico

È evidente a questo punto che le opere letterarie devono essere ormai considerate come fonti più che valide per la ricerca storica. Del resto lo stesso ambito storico si è oggi dilatato sino a comprendere fenomeni quali i sogni, i riti, i giochi, la cucina, le pratiche sociali formalizzate, le mode ecc. Ora le fonti di questi fenomeni socio-culturali si trovano quasi esclusivamente nei testi letterari e dunque ad essi lo storico dovrà fare obbligatorio riferimento.

Pur accettando le fonti letterarie come componenti fondamentali della ricerca storica, com’è possibile accertare la loro veridicità in rapporto alla finzione narrativa nel cui contesto queste sono inserite? La risposta che danno oggi gli storici è tendenzialmente univoca: è necessario uscire dall’ambito della metodologia storica strictu senso e ricorrere alle categorie della critica filologica che da sempre è usa a distinguere e ad accertare l’autenticità delle fonti, la loro storicità, la loro provenienza geografica, il loro grado di autorialità, la validità delle testimonianze e le relative contestualizzazioni. È poi necessario conoscere la storia dell’interpretazione e della ricezione del testo in cui sono presenti le fonti d’interesse storico, così come è decisivo sapere con quali giudizi e pregiudizi, interpretazioni e deformazioni le opere letterarie sono giunte sino a noi.

Per comprendere questo tipo di fonti non soltanto è indispensabile conoscere la storia della ricezione del testo letterario in cui esse sono presenti, ma occorre anche metterle in prospettiva. Inoltre il processo stesso della ricezione (poniamo d’un romanzo) può essere considerato una macrofonte storico-sociale di grande rilievo. Studiare, ad esempio, a quale tipo di pubblico fosse destinata o intendesse rivolgersi un’opera letteraria, che tipo di pubblico abbia creato e con quali obiettivi o scopi (valori, modelli, ideali ecc.), fa certamente parte di una ricerca di tipo storico-culturale.

Anche la relazione tra il consumo letterario e la vita sociale è un argomento che può interessare l’analisi socio-storica. Il successo o l’insuccesso di un testo narrativo può essere infatti interessantissimo dal punto di vista storico per individuare gusti o ideologie dominanti in un dato contesto.

Faccio un solo esempio: posso studiare la peste del Seicento grazie ai Promessi sposi, ma posso anche studiare il problema sociologico dei lettori coevi al Manzoni, quello delle illustrazioni del suo romanzo, della nascita del diritto d’autore, dei plagi editoriali, dei libri prevenduti e in generale della circolazione del libro nell’Ottocento. Ma può anche interessarmi studiare la ricezione e la controversa interpretazione cattolica del Manzoni o quella del Pascoli.

Va anche considerato attentamente l’uso strumentale e ideologico delle fonti letterarie; un “uso” che va conosciuto e riconosciuto per collocare esattamente la fonte nel suo ambito storiografico. Posso fare storia, ad esempio, anche studiando l’uso nazionalistico che la didattica e la propaganda fascista hanno fatto di Dante, Petrarca o Carducci e in questo caso devo saper distinguere e analizzare le fonti per individuarne la successiva falsificazione ideologica.

Molto utile per lo storico che intenda servirsi di fonti tratte da un’opera narrativa è anche l’analisi dei rapporti intertestuali che il testo in esame intrattiene la con la tradizione letteraria che lo precede. Si scopriranno così i gusti e le letture di chi l’ha scritto nonché i condizionamenti dell’opera e si potranno pertanto scoprire nuove fonti. Individuare le letture di un autore vuol dire, inoltre, interpretare meglio e più profondamente i suoi testi. Sovente un’intera opera può essere una fonte storica. In altri termini, si può studiare un certo aspetto di un periodo storico a partire da un solo romanzo.

Sulla tipologia dei vari usi didattici che storici o insegnanti posso fare oggi delle fonti letterarie, rimando al volume collettivo Insegnare storia. Guida alla didattica del laboratorio storico (a cura di Paolo Bernardi e Francesco Monducci, Utet, Torino 2012).

Un possibile laboratorio didattico con questo tipo di fonti può essere progettato a partire da un testo o da un insieme omogeneo di testi. Da questi l’insegnante selezionerà opportunamente una serie di citazioni da cui gli alunni dovranno ricavare direttamente o indirettamente un’ampia serie di informazioni storiche su un determinato argomento, articolate per settori. Ad esempio: la peste nel Manzoni, il 1848 in Flaubert, il 1943 in Fenoglio, l’antisemitismo nei falsi Protocolli di Sion ecc. ecc.  Successivamente, sulla base di queste citazioni, di cui le prime verranno lette e “interrogate” dall’insegnante a mo’ d’esempio metodologico, si chiederà agli studenti di ricavare dai brani proposti più informazioni storiche possibili, separando l’invenzione narrativa (o la rievocazione contestuale) dalla realtà storicamente accertabile.

La verifica del lavoro di un laboratorio didattico di questo tipo può svolgersi anche sotto forma ludica di gioco: una sorta di gara a punti in cui vince l’alunno, o il gruppo di alunni, che, avendo dimenticato meno elementi storici presenti nelle fonti letterarie o avendone sbagliate di meno, ha perso meno punti dal suo montepremi iniziale.

In conclusione ricordo che l’utilizzo delle fonti letterarie nell’analisi storica non si riduce ai contenuti diretti di un’opera narrativa ma si allarga in una serie di direzioni che converrà elencare:

a) fonti sul periodo storico o sociale in cui è stato scritto il testo e non solo sull’epoca in cui è stato ambientato;

b) fonti sui codici culturali e sui condizionamenti linguistici e ideologici dell’autore del testo;

c) fonti sui rapporti che il testo intrattiene con la tradizione letteraria e con il canone che lo precede (intertestualità);

d) fonti sul sistema sociale di edizione e di distribuzione del libro;

e) fonti sulla ricezione pubblica del testo;

f) fonti sulla storia delle interpretazioni del testo;

g) fonti sull’uso pubblico e ideologico del testo.

Non si tratta certo di ridurre la letteratura ad un potenziale archivio di fonti storiche da estrarre volta per volta, ma si tratta di modificare il concetto stesso di storia allargandone l’ambito in direzione di un’antropologia culturale in cui le pratiche, i discorsi e i testi siano oggetto integrato di studio e di ricerca. In questo possibile contesto è ovvio che i testi letterari hanno un posto di primaria importanza.

In una formula, si potrebbe auspicare non più solo lo studio della storia della letteratura ma anche quello della letteratura come storia.

NOTE

[1] Per “contesto” intendo l’insieme coordinato degli eventi mentre per “dimensione storica” la gerarchia e l’importanza dei codici culturali nonché lo sfondo di grandezza e percezione sociale degli eventi.

[2] Lucien Febvre, Dal 1892 al 1933: esame di coscienza di una storia e di uno storico, in Id, Problemi di metodo storico, tr. it. di Corrado Vivanti, Einaudi, Torino 1983, p. 79.

[3] In Lucien Febvre, Problemi di metodo storico, cit., p. 134.

[4] Honoré de Balzac, Poetica del romanzo: prefazioni e altri scritti teorici, tr. it. di Daniela Schenardi, Sansoni, Milano 2000, p. 185.

[5] Vd. Jerzi Topolski, Narrare la storia. Nuovi principi di metodologia storica, a cura di Raffaello Righini, B. Mondadori, Milano 1997.

[6] Hayden White, Metahistory (1973), John’s University Press, Baltimore 2014.

[7] Hans Robert Jauss, L’usage de la fiction en histoire, in “Le Debat”, n. 54, 1989. Mia la tr. it.

[8] Marc Bloch, Apologia della storia o il mestiere dello storico (1950), tr. it. di Carlo Pischedda, Einaudi, Torino 1997, p. 91.

[9] Georg F. Hegel, Estetica, tr. it. di Nicolao Merkel e Nicola Vaccaro, Einaudi, Torino 1997, p. 297.

[10] Aristotele, Dell’arte poetica, a cura di Carlo Gavallotti, Mondadori, Milano 1990, p. 31.

[11] Paul Veyne, Come si scrive la storia. Saggio di epistemologia, tr. it. di Giovanni Ferrara, Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 4-5.

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