A scuola da Ipazia

Scritto da F. Bertoglio

Il 07 Feb 2016

A scuola da Ipazia

1Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
2C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
3Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
4Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
5Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
6Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
7Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
8Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
9Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?

Qohelet  3,1-9

Guardando Agorà, il film dedicato alla luminosa figura femminile di Ipazia, mi sono chiesto come trovare la possibile sintesi di un lavoro così doloroso e complesso e ho deciso d’intestarlo al dubbioso maestro biblico a cui tanti hanno dedicato le loro riflessioni teologiche. Perché Qohelet, sebbene sia vissuto ben cinque secoli prima dell’alessandrina, condivide molto con Ipazia: in primo luogo l’indomito spirito critico nei confronti di qualsiasi tradizione ed esperienza possibili all’uomo. In secondo luogo la vicinanza con gli ambienti di corte, l’aristocrazia, la scuola, la parola scritta, sebbene non certo l’esperienza viva della vita ai crocicchi delle strade tipica dei maestri paripatetici. In terzo luogo le conoscenze scientifiche, geografiche e cosmologiche, che costituiscono certamente buona parte degli interessi della filosofa come quelli del noto maestro ebreo. Entrambi, infine, sono personaggi enigmatici e avvolti in un profondo alone di mistero. Lei certamente per via della scandalosa propensione a pensare e dire cose inaccettabili alla fede – cristiana – dei più. Di lui, invece, non sappiamo neppure il nome, tanto è discreto il suo passaggio nel mondo all’ombra dell’unico che – nell’Israele di quel tempo – aveva pieno diritto a scrivere in nome della Sapienza divina: re Salomone. Così li accomuno come maestri scomodi e indiscreti quanto lucidi e onesti. Li divide la fede. Che in Ipazia era esercizio della ragione applicata alla Fisica, mentre in Qohelet era anche riflessione teologica, sebbene il suo libro non contenga mai il termine più proprio per nominare Dio: Signore. Di lui, però, conserviamo l’opera scritta. Di lei, donna e pagana in un momento in cui si poteva solo essere uomini e cristiani, nemmeno quella.

Che una donna potesse ragionare in modo autonomo e con ciò dissolvere l’intero impianto del sapere recepto dovette risultare davvero troppo agli uomini del tempo che dovevano portare il notevole peso dell’indiscutibilità del Dio delle Scritture e con ciò il potere iscritto nella sua superiore autorità. Finì dunque come sappiamo: cancellata dalla Storia che aveva così empiamente cercato di sovvertire e discutere. Prima, però, ne tranciarono il corpo a colpi di tegole e ne trascinarono i pezzi per quella città – quell’Alessandria d’Egitto che un tempo era stata gloriosa nel sapere d’altri dèi e che ora era spettacolo orrendo del dio nostrano a cui s’innalzava l’inaudito sacrificio dei pezzi di lei abbruciati nella pubblica piazza. Che tutti vedessero cosa accade a chi si presume superiore a Dio tanto da metterne in dubbio la Parola scritta gelosamente custodita dai nuovi adepti!

Siamo nel IV secolo d. C., certamente, eppure sono cose che ci sentiamo ancora addosso. Cambiano i soggetti e i tempi, ma i modi sono ripetuti all’infinito come una stenta e malinconica marcetta militare. Come se anche noi potessimo dire con Qohelet: nulla di nuovo sotto il sole. Il che non significa affatto che l’intero agire dell’uomo non riservi alcuna novità così che sia vano vivere perché non v’è che ripetizione. Di cose già fatte da altri o altrimenti volute dagli dèi, poco importa. Significa, piuttosto, che siamo sempre posti di fronte alle medesime sfide e nessuna di queste è mai vinta una volta per tutte; perciò responsabili fino in fondo di nuovo e di nuovo senza che ci si possa mettere al riparo una volta per tutte e con ciò viver comodi e sicuri. Vale a dire: sopravvivere. Perché vivere vuol dire sempre osare in prima persona accettando la sfida che di volta in volta si ripresenta e quindi il rischio di perdere anche tutto il talento che ci è stato dato. Come quella donna pagana che, sapendo di essere ormai senza protezione, volle incamminarsi per strada per affermare semplicemente che avrebbe preferito morire piuttosto che accettare un mondo in cui non c’era spazio per lei, la sua parola, il suo pensiero, la sua fede. Un po’ come accadde al giovane di piazza Tien’anmen. Che ci si vergogni almeno un pochino della brutalità degli argomenti e delle volontà è questo che vogliono i veri ribelli. E con ciò rendere almeno possibile il cambiamento. Stando sul posto, sulla linea, come quel Mosè che rimase, appunto, sul posto perché non si equivocasse sul significato autentico di Terra Promessa. E mai data una volta per tutte. Che perciò si può godere anche senza varcarne la soglia. Anzi, è proprio questo il modo migliore per goderne appieno: lasciandola.

Film scomodo, senza dubbio, fin dal titolo che richiama quella democrazia conflittuale che le religioni storiche e assolute sembravano mal tollerare, ma di cui hanno anche oggi certamente bisogno se non vogliono trasformarsi in dittature dello Spirito. Film doloroso perché ricorda a tutti che fin troppe sfide sono state perse quando si è tentato di stare insieme, non dico come fratelli, ma almeno come estranei conviventi sul medesimo pianeta. Soprattutto perché ci descrive un po’ tutti come quelli che oggi temiamo, ricordandoci che un tempo anche noi eravamo da temere mortalmente. E la cosa non può certo farci piacere se iscrive alcuni di quelli che noi abbiamo considerato come eroi del dotto sapere teologico nel novero dei pericolosi agitatori di folle omicide, come d’altra parte era noto anche allora, prima che volessimo dimenticare. Come obbiettare, infatti, se il detto evangelico recita: dai loro frutti riconoscerete se fanno le opere del Padre mio? Compito sempre arduo quello del discernimento. Perché chi scrive bene può razzolare malissimo. E se un tempo giudica lo scritto come ciò che davvero costituisce la vera eredità di un uomo, un altro tempo potrebbe voler rivedere le cose e quindi giudicare le azioni più delle parole, i morti lasciati sul campo più dei libri lasciati sugli scaffali. Anche in questo Agorà è un film duro, perché sovverte lo sguardo, ripete la storia con l’ossessiva convinzione che la nostra non sia la migliore delle storie possibili. Anzi! Quante occasioni abbiamo sprecato, sottovalutando e ignorando alternative possibili alle nostre azioni. E quanta responsabilità hanno le autorità e le istituzioni che, dovendo guidare, hanno imboccato la strada del peggio piuttosto che quella del meglio, se non del bene!

Film osceno, infine. Come oscena è sempre la morte inutile e crudele. Insensibile. Brutale. Dove le ragioni dei più non valgono il torto di una, men che meno se l’argomento che le sostiene è la dura pietra della lapidazione. Quella gettata per non sporcarsi nemmeno le mani con l’empio. Da lontano. E poi farlo a pezzi. Una sorta di cena eucaristica blasfema, dove le particole sono portate a tutto il popolo e poi bruciate, come si bruciava l’agnello sacrificale gradito a dio ma divorato dall’uomo. Una violenza, quella di Agorà, ossessiva e ostentata. Ma che disgusta, perché esercitata da chi ha sempre il nome di Dio in bocca. Ed è quindi altamente educativa. A volte fa piangere e commuove. In ogni caso muove a dire: mai più nel mio nome!

Non importa che il film sia preciso, storicamente accurato, oggettivamente ripetitivo dei fatti e degli eventi accaduti. Il fatto è che Agorà è esso stesso una possibilità storica, un suggerimento, un’ipotesi, un esperimento. Da tenere comunque in considerazione perché è sempre educativo osservare la realtà non come se fosse un dato incontrovertibile ma una possibilità a cui non possiamo negare l’esistenza, esercitando noi stessi così a riconoscerla comunque anche se ci è scomoda.

Infine, mi preme sottolineare alcune questioni. La prima è circa il modello di Storia che il film offre. Governata da un meccanismo fisico, la Storia è il teatro di una giustizia retributiva a cui è difficile sottrarsi. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria di forza tale da rispondere al brutale motivo homo homini lupus, una lotta animalesca in cui tutti sono contro tutti finché vinca il più forte. Meccanismo a cui, però, ci si può sottrarre come lo schiavo Davo che, dopo aver massacrato pagani ed ebrei in nome del vero Dio, decide di averne abbastanza e che, come il figliol prodigo, stima fosse meglio quando era schiavo piuttosto che becchino di ammassi di corpi nemici. E si può certamente capirlo.

La seconda è circa il modello di Verità che il film accredita ai pagani: secondo la miglior tradizione filosofica e scientifica antica, vero è ciò che è il più semplice. Diversamente da noi che riteniamo che la verità sia complessa, gli antichi effettivamente ritenevano che se il vero è tale lo è perché non c’è idea più semplice che lo identifica. Forse è una mentalità che consente una sana dirittura morale e una semplice gestione della vita, come mostra la vicenda luminosa di Ipazia. Un buon antidoto alla barocca complessità postmoderna in cui tutto si confonde e tutto è possibile. Perché se tutto è possibile, nulla ha veramente senso.

La terza è la concezione delle relazioni tra mondo divino e umano. Il primo, circolare e perfetto, si contrappone al secondo, di cui non può condividere in alcun modo l’imperfezione. Il mondo dell’uomo è una valle di lacrime indegna di Dio. Concezione certamente neoplatonica che il cristianesimo ha purtroppo talvolta abbracciato con fin troppo entusiasmo, come attesta l’interpretazione di Qohelet in buona parte della teologica cristiana. Teologia che, nel suo entusiasmo religioso, ha fatto davvero molta fatica ad apprezzare il mondo come luogo vivibile e bello per consegnare per lo più solamente a Dio ogni bellezza e verità. Ma se solo Dio è assolutamente buono, qualcuno può pensare che noi siamo condannati al male e incapaci di bene. Perciò che vale esser buoni in un mondo pregiudizialmente e originariamente votato al male? Come si vede, questo tipo di argomentazione stenta davvero a render ragione della responsabilità individuale, fino al punto – sciaguratamente, certo – di legittimare ogni nefandezza. Esito davvero orribile, questo, per chi ha intenzione di celebrare la santità di Dio.

La quarta questione riguarda i motivi per cui il cristianesimo s’è affermato nella storia. Il film mostra tutti e due i lati della questione: da una parte il cristianesimo si mostra come una forza sociale e civile particolarmente capace di comprendere la condizione di sfruttamento delle masse di disperati. Gli uomini non sono solo caste e ruoli sociali. C’è in essi una dignità umana che è irriducibile alla condizione sociale in cui vivono. Perciò il cristianesimo s’affermò prima di tutto come religione capace di suscitare e sostenere una comprensione individuale dell’uomo fino ad allora inusitata. D’altra parte è anche vero che innumerevoli masse di schiavi furono spinte verso il cristianesimo proprio dall’incomprensione che i pagani ebbero verso di loro. Trattati come bestie e considerati meno degli animali – è la stessa Ipazia ad ammetterlo sin dalle prime battute del film, gli schiavi finirono per imbestialirsi. Fu dunque questa condizione di rancore bestiale che spinse i cristiani a distruggere prima i pagani e il loro mondo spirituale e poi gli ebrei, uccidendoli e cacciandoli senza vergogna. Ciò significa che moltitudini di uomini non diventarono cristiani per nobili motivi ma per rancore e rabbia coltivati fino alla disperazione. Questo spiega le violenze di Alessandria nel quarto secolo d. C. come tutte le violenze in nome di Dio che la storia ha visto. Chi recita con la bocca parole buone e sante ma con la mano uccide è ammalato di una malattia ben nota sin dall’antichità più remota: l’ira che distrugge tutto, come già Omero sapeva. Questo sentimento terribile e insidioso soggiace alla scelta religiosa quando è scelta dettata dal rancore.

Film complesso, dunque, perciò allusivo e artistico persino quando si tratta di raccontare la storia, Agorà mostra che essa parla di un tempo e una condizione che sono anche i nostri come quelli del IV secolo d. C., rivelandosi così un buon lavoro per l’educatore che voglia suscitare il discernimento religioso nei giovani d’oggi.

 

Alcune critiche al film: www.instoria.it 
Silvia Ronchey. Ipazia, la vera storia

C’era una donna quindici secoli fa ad Alessandria d’Egitto, il cui nome era Ipazia. Fu matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento. Fu bellissima e amata dai suoi discepoli, pur respingendoli sempre. Fu fonte di scandalo e oracolo di moderazione. La sua femminile eminenza accese l’invidia del vescovo Cirillo, che ne provocò la morte, e la fantasia di poeti e scrittori di tutti i tempi, che la fecero rivivere. Fu celebrata e idealizzata, ma anche mistificata e fraintesa. Della sua vita si è detto di tutto, ma ancora di più della sua morte. Fu aggredita, denudata, dilaniata. Il suo corpo fu smembrato e bruciato sul rogo. A farlo furono fanatici esponenti di quella che da poco era diventata la religione di stato nell’impero romano-bizantino: il cristianesimo. Perché? Per la prima volta, con rigore filologico e storiografico e grande abilità narrativa, Silvia Ronchey ricostruisce in tutti i suoi aspetti l’avventura esistenziale e intellettuale di Ipazia, inserendola nella realtà culturale e sociale del mondo tardoantico, sullo sfondo del tumultuoso passaggio di consegne tra il paganesimo e il cristianesimo. Partendo dalle testimonianze antiche, l’autrice ci restituisce la vera e sfolgorante immagine di questa donna che mai dall’antichità ha smesso di far parlare di sé e di proiettare la luce del suo martirio sulle battaglie ideologiche, religiose e letterarie di ogni tempo e orientamento. Perché da sempre e ancora oggi Ipazia affascina chi, come lei, è alla ricerca della verità e vive nella libertà. (Dalla quarta di copertina)

Info:  Silvia Ronchey. Ipazia, la vera storia

 

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